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Con la tavola in valigia... di G.Luca Stoppa

A caccia di onde

L'Indonesia è anche questo: 13.000 isole dove è piu' facile trovare una parabola televisiva che un ospedale, dove si parla una lingua comune da solo 100 anni e dove chi cerca la perfezione e l'assoluto in un onda, si avventura ogni estate, all'arrivo dei grandi swell australi. E la nostra ricerca personale ci porta a visitare molti spot del sud dell'isola, ognuno diverso e particolare a modo suo.
La baia di Ekas è un ex secret spot poco visitato perche' la strada per arrivarci è un inferno di polvere e buche e la popolazione locale è un po' freddina con i visitatori (nel senso che furti e aggressioni non sono rari), ma alla fine della mulattiera tra gli sterpi, si apre una delle baie piu' suggestive di Lombok.
Io mi sono ficcato in mente che questo posto sia stregato e l'ambiente intorno non fa nulla per togliermi di testa questa convinzione. Il tempo ha magicamente lasciato i suoi segni nell' ocra di queste scogliere. Sedimenti fossili appaiono a strati sulle rocce, portando alla luce conchiglie ignote, bizzarri ricci di mare e scheletri di pesci morti milioni di anni fa ; inoltre l'onda che spazza la scogliera è una delle piu' strane del mondo. È enorme, anche se nel resto di Lombok è calma piatta, e composta da muraglie, che sezionano in parti veloci e in parti assolutamente "mushy". La sua particolarita' consiste nell' entrare nella baia parallela alla spiaggia, poi a trecento metri da riva il frangente fa un angolo di novanta gradi, accelera la sua corsa e si schianta su un reef di coralli viola.
Quando i clean up sets di quattro o cinque metri spazzano il line up, si puo' assistere a scene da naufragio. La baia è completamente bianca di schiuma e i surfers tornano a galla uno dopo l'altro, seguendo le tavole che gia' galleggiano in superficie.
Il surfing piu' interessante si fa a circa un chilometro da Ekas , a Inside Ekas, che è una sinistra splendida per manovre. Parte dolcemente e poi si velocizza, senza mai tubare, permettendo una corsa di due-trecento metri, che si conclude dolcemente in un canale di acqua profonda: non è raro uscire dall'acqua con le gambe indolenzite, invece dei soliti crampi alle braccia. Per raggiungere Inside Ekas bisogna superare una insidia inaspettata. Decine di scimmie popolano le scogliere fossili, vivendo in piccole cavita' scavate nella roccia che le mettono al riparo dei predatori. Durante la bassa marea questi primati raccolgono granchi e molluschi nelle pozze d'acqua e l'invasione del loro territorio non è per niente gradita. L'arrivo di questi strani individui, muniti di tavola, è salutato da grida di allarme, che anticipano il bombardamento dei surfisti con grosse pietre scagliate dall'alto, assolutamente in grado di spappolare una testa o troncare una tavola.
Psychofranco, a scanso di sassate, decide per una faticosissima transumanza via mare; io, poco saggiamente, rispondo al fuoco, lanciando conchiglie e madrepore, mentre i macachi mi guardano sogghignando dall'alto e mi sento un po' come Mark Wahlberg nel "Pianeta delle Scimmie".
Per la sera ci accampiamo nelle rovine di un albergo abbandonato, sogno infranto di un tedesco che pretendeva di costruire il suo paradiso in una giungla inospitale. Dopo l'abbandono, famiglie di indigeni hanno occupato le fatiscenti strutture, contribuendo grandemente ad accelerare la decadenza del caseggiato. Gabo monta la tenda e duetta con la chitarra con la nostra guida sasak, e i locali ci guardano accovacciati sulle gambe mentre finiamo la scorta di birre Bintang e iniziamo a minacciare le scorte di cibo degli indonesiani. Beh, sara' la surfata, sara' l'avventura, abbiamo dei consumi da Maserati scarburata, e una vecchina ci osserva incapace di concepire dove riponiamo tutto il cibo, che ingurgitiamo. L'eterno pellegrinare alla ricerca di onde perfette ci porta a Mawi, poi a Mawun, poi a Tattoo Point.
Il full moon swell sta entrando con forza e molti dei nostri spot preferiti sono fuori controllo.
La "fun wave "di Inside Grupuk registra enormi close out di 5 metri: dopo essere quasi annegato, Psychofranco scuote la testa, osservando il suo gun ammaccato; mi sibila che quell'onda, di "fun" ha proprio poco.
Siamo costretti a rifugiarci a Tanjun Gan, la spiaggia dove vorrei corteggiare la mia ragazza, qualora facessi mai l'idiozia di fare un surf trip con una fidanzata. Questo spot risponde perfettamente all'idea che tutti ci facciamo di spiaggia tropicale: palme, sabbia bianca, acqua cristallina, venditori di ananas e cocchi. L'onda al centro della baia è una destra che rompe solo in occasiono di swells enormi, e oggi è il caso; da riva sembra piccola, ma dopo una terrificante remata, godremo la gioia di otto piedi potenti e veloci e di una lunghissima corsa attraverso questa laguna blu. E questa è una delle cose, che distingue le onde di Lombok da quelle classiche del Bukit di Bali: la lunghezza della cavalcata.
A Lombok le onde sono sicuramente meno tubanti (con la dovuta eccezione di Desert Point), ma la distanza percorsa per ogni onda è spesso di duecento metri.
Dopo una permanenza di due settimane, i segni ci avvertono che è giunta l'ora di partire: in una sola mattina sbagliamo spot, litighiamo malamente con un locale, buchiamo una gomma, becchiamo serpenti sul line up e il barcaiolo ci abbandona sul reef costringendoci a un patetico autostop marino. Superstiziosi come ogni vera selvaggia tribu', anche noi leviamo le tende, seguendo lo swell verso la sua corsa a nord: prossima tappa , le isole Gili.
continua

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