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Levanto (05.02.02) - Attorno
al 1770 il mitico navigatore inglese James Cook porto'
a termine diversi viaggi di esplorazione nel Pacifico
del Sud, stendendo accurate carte nautiche della zona
e aprendo agli europei queste remote aree del modo allora
conosciuto. I raffinati salotti europei furono strabiliati
in particolare dalle sue descrizioni degli strani rituali
indigeni.
A
Tahiti gli indigeni praticavano l'arte del "tataw",
battendo con un martelletto su di un supporto ligneo,
su cui si innestavano lische di pesce o schegge d'osso;
le ferite puntiformi cosi' create venivano cosparse
di nero fumo o di pigmenti colorati, cosi' da creare
fantasie di vario tipo: piu' elaborate per nobili e
guerrieri, a strisce e palline per le altre caste.
Il capitano Cook racconto' inoltre di tatuati indigeni
delle Isole Sandwich (ora note col nome di Hawaii),
che cavalcavano enormi onde oceaniche su lunghe tavole
di legno koa: tale rituale propiziatorio era riservato
ai soli re e nobili. Erano queste le prime notizie documentate
del surfing, lo "sport dei re".
Da quei tempi la diffusione di tattoo e surfing andarono
di pari passo: il surf non fu piu' appannaggio dei soli
hawaiani e l'arte del tatuaggio, fino allora proibita
alla cristianita' da un decreto papale del 787, torno'
ad essere ampiamente praticata.
I surfisti di tutto il mondo sono oggi una tribu' compatta,
riconoscibile in tutto il mondo per l'abbigliamento,
gli speciali segni saluti (il famoso "shaka") e alcune
peculiari abitudini, come l' allergia per i lavori "nine
to five" e la passione per i tattoo.
Abbiamo voluto intervistare uno dei piu' famosi (e tatuati)
surfers italiani, Gabriele "Gabo" Raso del Team Quiksilver,
per avere una testimonianza diretta dalla "surf tribe
"italiana.
continua
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